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06

Feb

Jandek alla Motelsalieri di Roma.

Motelsalieri ospiterà la prima mostra al mondo di Jandek.

L’artista texano, conosciuto finora come originale musicista, espone 7 opere fotografiche che testimoniano quanto complesso e profondo sia il suo progetto poetico.

Jandek, sara’ presente il giorno dell’inaugurazione e si esibira’ in un concerto acustico con chitarra e voce per un pubblico ristretto.

It was absolutely amazing - JANDEK was happy and relaxed and looked great and as Godlike as it comes.

David Tibet

 

One of the most important artists of the 1980s.

Spin Magazine


Jandek: si è dubitato persino della sua esistenza.

Di lui si conosceva un recapito, una casella postale registrata con il nome Corwood Industries e una lunga serie di album in vinile di cui è unico responsabile; musiche, testi e immagini, interprete vocale e musicista.

Questi dischi si possono ordinare scrivendo a quel fermo posta e la Corwood Industries si occupa di spedirteli a casa, i costi di invio sono a loro carico.

Ma la cosa più fuori dal comune accade quando si riceve il pacco: la musica contenuta e le immagini delle copertine sono così straordinarie da lasciarti sbigottito: Jandek è nel mezzo di un viaggio unico e ci manda questi dischi che sono come cartoline postali. Lui velocissimo e concentratissimo, viaggia dentro di sé con un bagaglio minimo: se stesso, mente e carne. Prima di partire ha salutato tutti, persone e cose e, emozionato, ne ha sintetizzato il ricordo. La sua memoria è carica dello struggimento per ciò che ha lasciato, ne conserva la meraviglia, il tuffo al cuore, l’intima verità. Addio alla materia delle cose, al peso, addio alla superficialità, alla decorazione. Isolato con i suoi sentimenti ricostruisce le suggestioni che ha lasciato. Scarnifica il corpo poetico fino a raggiungerne l’osso e poi il midollo. Sottrarre tutto, togliere, sacrificare nel nome della purezza espressiva alla ricerca dell’arte.

Le canzoni come le sue fotografie sono svuotate di tutto, armonia, melodia, tecnica, vuote tranne che della propria visione, che, libera da ogni zavorra, è pronta a risplendere.

Nella sua personale ricostruzione delle emozioni del mondo di cui ha avuto esperienza, Jandek ha inventato un alfabeto di cui si serve per riprodurre giusto l’essenza, l’anima del nostro linguaggio.

E quando canta è la voce di un alieno con le idee chiare: la nostalgia per qualcosa che si comprende solo una volta abbandonato; la voglia di evocarlo perché dentro di sé la cosa è più vera quando raccontata di quando è vissuta.

Le fotografie che ci ha fatto conoscere sono dei documenti della sua vita passata. Sovente sono angoli di casa, del suo giardino, ritratti di lui adolescente rinvenuti negli album di famiglia, o autoscatti frutto di qualche curiosità giovanile:  guardarsi dal di fuori, come il mondo mi può vedere, percepire.

In seguito compaiono degli strumenti musicali, tra tende rosa o piccole scrivanie, abbacinati dal sole. Ne consegue che il soggetto è sempre lui medesimo, i suoi oggetti e i luoghi che ha abitato, fosse anche solo per poche ore.

O c’è la sua immagine o c’è quello che per puro caso ha di fronte a sé nel momento in cui impugna la macchina fotografica, la prende dallo scaffale o la estrae dalla borsa e scatta. Non compaiono mai altri esseri umani, tavolta dei simulacri: manichini.

Nel 2004 Jandek, inaspettatamente, tiene un concerto a Glasgow. E si mostra in pubblico. Dal 1978 fino ad allora non si era mai fatto riconoscere. Ma chi osserva attentamente il corso cronologico delle sue fotografie poteva aspettarsi questa comparsa.

A cominciare da circa 2 anni prima del concerto scozzese, di tanto in tanto, sulle copertine pubblica fotografie di paesaggi estranei alla sua interiorità, scorci di vicoli, vetrine di negozi, lui che cammina per Londra. Si poteva forse intuire da questi segnali che Jandek era ritornato dalla sua esplorazione interiore e ci stava portando qualche cosa di compiuto, qualche cosa di definitivo.

E ha intenzione di mostrarcelo di persona.

Questa è la prima mostra al mondo di Jandek, la prima di sempre. E ha deciso di esporre 7 fotografie originali, che hanno illustrato altrettanti album. Lui le ha scelte e le ha fatte stampare a Houston, Texas, ne ha deciso il formato e la carta. Ne ha curato la realizzazione e le ha spedite a Motelsalieri. Dove ha pensato di suonare accanto alle sue opere sommando, senza matematica, poesia a poesia.

Ecco Jandek.

 

Carlo Benvenuto

La mostra sarà aperta da domenica 19 a giovedì 23 febbraio 2012

 

MOTELSALIERI
VIA GIOVANNI LANZA 162

ROMA
+390648989966

GUEST@MOTELSALIERI.ORG

03

Feb

Senza Veli. Scatti in B/N con l’unica Big One esistente. Manuel Guffanti in mostra da Wo-Ma’n

Sabato 4 Febbraio alle ore 18.00, inaugura a Roma presso la Home Gallery wo-ma’n, la mostra dedicata al fotografo Manuel Guffanti e al suo lavoro SENZA VELI a cura di Auronda Scalera.

La mostra Senza Veli è il primo risultato del progetto Big One, nato all’interno di Officine Fotografiche che ne è attualmente sostenitrice.

Wo-ma’n è la prima home - gallery dedicata alla fotografia, un progetto nato a Roma nel 2010 da un’idea di Auronda Scalera e dalla passione dei fotografi Marta Rossato e Wolfango De Spirito, che hanno deciso assieme di fondere il concetto di casa con quello di galleria. Dal living alla cucina, dalla doccia alle cabine armadio, tutti gli ambienti sono messi a disposizione per essere luoghi espositivi e, di volta in volta, ogni autore sarà chiamato a confrontarsi con questa nuova idea di esposizione. Ogni mostra diventa così un evento informale, simile ad una cena tra amici. L’auspicio è che questo nuovo modo di fruire l’arte e la fotografia si dilati velocemente per creare una rete di “case fotografiche” dove poter dare spazio a nuove idee e modi per godersi la fotografia.Senza veli, del fotografo Manuel Guffanti, rappresenta una serie di ritratti di grande formato in bianco e nero, realizzati con l’unica Big One esistente, costruita artigianalmente dall’autore. La Big One è un banco ottico di formato extra large che consente scatti fino alla dimensione massima di 70x70. L’autore la utilizza impressionando direttamente l’immagine su carta fotografica baritata positiva, in bianco e nero, evitando il passaggio classico negativo-stampa, producendo quindi un’immagine in copia unica.

Per l’autore, a cui piace molto sporcarsi le mani tra falegnamerie e officine meccaniche, è stato un passaggio fondamentale costruirsi da solo la macchina fotografica per sfidare le produzioni in serie industriali del mondo in cui viviamo; perché la foto, nel suo essere irriproducibile innesca un dibattito sulla riproducibilità tecnica che caratterizza le immagini contemporanee, contrapponendosi completamente all’odierno concetto copia- incolla caratteristico dell’era digitale e alla postproduzione; ed infine per l’alchimia profonda che si instaura nella camera oscura, in cui si svela la magia della fotografia.

Il progetto Senza Veli è nato quando uno dei soggetti ritratti, il grande fotografo Dario de Dominicis, ha indossato il peplo per farsi ritrarre e nel momento stesso in cui si è spogliato di tutti quegli orpelli, di cui si cinge ognuno di noi, è diventato una persona qualsiasi.

Lo scopo è togliere i veli della quotidianità che distinguono il proprio stile e la propria classe sociale - il ricco dal povero, il giovane dal vecchio, il bello dal brutto- e mettere tutti sullo stesso piano. Ciò che resta è l’essenza profonda delle persone, che attraverso lo sguardo ci mostrano quello che sono autenticamente.

Ogni viso diventa una mappa sul quale cercare qualcosa in più di se stessi fino a quel momento invisibile.

Senza veli è perciò uno svelare interiore del soggetto ritratto, che è costretto a guardare se stesso negli occhi, come in uno specchio che non ci riflette l’immagine della realtà ma bensì l’immagine della verità, che non sempre è facile da accettare.

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La posa apparentemente semplice avvolge i corpi quasi in un’unica piega, il corpo si fa tessuto, si fa drappeggio di carne, il corpo si fa piega. Piegare è un termine di derivazione latina plicare e sta per complicare, implicare, replicare e supplicare che a sua volta deriva da un verbo greco che significa piegare, intrecciare, torcere ecc., ovvero il verbo plékō. La piega complica, nasconde, moltiplica, intreccia come diceva Deleuze nel suo famoso saggio dedicato a Leibniz.

Questi ritratti tentano di portare alla luce la loro verità, che è nascosta nella piega, perché è solo nel dispiegarsi da quello che è un groviglio di complessità che è l’uomo, che l’essere può svelare la sua verità e mostrarsi alla luce della fotografia.

Sabato 4 Febbraio, alle ore 19, la serata inaugurale sarà arricchita dalla proiezione del video SENZA VELI nel quale verrà raccontato, in anteprima, tutto il complesso procedimento realizzativo delle immagini in mostra.

Auronda Scalera

Biografia Manuel Guffanti si occupa da anni di fotografia analogica e sperimentazioni fotografiche. Da sempre appassionato di camera oscura e di tecniche antiche di stampa, lo definiscono “fotografo nel senso più antico del termine”, per la sua passione di portare dentro le sue scatole magiche le persone ritratte. Ha esposto in Italia e all’estero ed è docente dei corsi di fotografia presso officine fotografiche. Il progetto della Big One è stato presentato ufficialmente durante l’evento-mostra Sport senza Frontiere nel 2010 organizzato da Contrasto e Reuters.

SENZA VELI

Sabato 4 Febbraio – Sabato 3 Marzo 2012

Inaugurazione: Sabato 4 Febbraio dalle ore 18 Preview stampa: Sabato 4 Febbraio alle ore 17,30

Home Gallery wo-ma’n

7° piano - Via Pietro Ruga 24, Roma (zona Pigneto)

Per visitare la mostra: citofonare int. 19 oppure chiamare Marta: 3289292135 o Wolfango: 3396111009

Sito: www.flatinexpo.org

Facebook: wo-ma’n

Email: press@flatinexpo.org

Partner:

Officine Fotografiche

tel.: 06 5125019

www.officinefotografiche.org

23

Gen

Elisa Abela - Un grosso affare. Fotoromanzi usati alla s.t. foto libreria galleria

A due anni dalla sua prima personale, Elisa Abela  presenta negli spazi di s.t. foto libreria galleria, dal 27 febbraio al 31 marzo 2012, una nuova serie di collage, frutto delle molteplici sollecitazioni che l’artista continua a cogliere in questa tecnica-simbolo della ricerca estetica del Novecento. 

Prima di approdare nuovamente a Roma, sempre dividendosi -o meglio moltiplicandosi, tra la creazione visiva e quella musicale- Abela ha esposto i suoi lavori al BOCS di Catania e alla Galleria Nopx di Torino, e ha partecipato al progetto collettivo itinerante Quadratonomade, in programma al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 29 febbraio al 4 marzo 2012.
Nel tempo trascorso e nello spazio percorso, Elisa Abela non ha smesso di giocare con le immagini e le parole via via trovate, raccolte, ritagliate, affinando e arricchendo i suoi procedimenti di appropriazione e messa in scena dei documenti cartacei del passato: dai collage su diverse tipologie di supporto (carta semplice, carta fotografica, singole pagine di vecchi libri, plexiglass, fogli di acetato)  ai libri d’artista (volumi del passato integralmente riallestiti con ritagli di varia provenienza e album creati ex novo a partire da un percorso narrativo svolto su singoli fogli), fino alla manipolazione tridimensionale degli stessi supporti cartacei.


Nella mostra Un grosso affare. Fotoromanzi usati, curata da Paola Paleari, confluiscono un nucleo di lavori direttamente ispirati dal repertorio dei rotocalchi illustrati del secolo scorso, accanto a una serie di opere in cui l’artista dà vita a nuove forme di racconto per immagini e ricrea ambienti di prossimità inedita tra fotografia e testo.
Fenomeno editoriale squisitamente nostrano, il fotoromanzo ha destato negli ultimi anni un nuovo interesse, sia come prodotto culturale atipico, specchio di un’epoca in transito dai perbenismi agli estremismi, sia per le sue possibili rivisitazioni in chiave contemporanea e sperimentale. Lo dimostra tra l’altro il progetto recentemente promosso dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, con la produzione del fotoromanzo Ricordami per sempre (a cura di Matteo Balduzzi, con fotografie di Marco Signorini e testi di Giulio Mozzi) e della mostra-convegno Scene da fotoromanzo, a cura di Silvana Turzio.
Il fotoromanzo è prima di tutto colto da Elisa Abela come modello compositivo, un paradigma linguistico desueto ma ancora vitale di abbinamento tra parola e immagine: sia in quanto racconto illustrato, al quale concorrono tutti gli elementi presenti nella pubblicazione; sia per l’autonomia comunicativa di ogni singola scena fotografica, che si colloca nello spazio della pagina e nel tempo del racconto come un’unità propria, con una sua finitezza semantica e narrativa.
E’ poi naturalmente sui contenuti ideologici e simbolici tipici di questo genere di narrazione,  sul suo ricco repertorio di situazioni emotive reiterate, prevedibili, ma al tempo stesso sopra le righe, colme di pathos, che si esercita l’azione perturbante e manipolatrice dell’artista.
Ne è un esempio Una notte che non potrò dimenticare, in cui i frammenti tratti da un vecchio rotocalco -principalmente i primi piani dei protagonisti e le frasi d’amore e di gelosia che questi si scambiano nella finzione - vengono ricomposti in una sceneggiatura che lascia trasparire un nuovo universo di inclinazioni sessuali.
In un altro libro-collage, Anche io ho commesso un errore ( titolo-ritaglio tratto da una campagna pubblicitaria molto popolare nella sua versione televisiva, ai tempi di Carosello), una personalità nota come Mike Bongiorno - che all’alba della sua carriera fu anche attore di fotoromanzi - perde la sua aura rassicurante e si tramuta in una figura vagamente sinistra.
Un ciclo di collage non direttamente legato a una fonte foto-romanzesca, ma capace piuttosto di imprimere un tono di finzione autobiografica a un’opera di tutt’altra matrice,  è quello tratto da Il mio sistema per le donne dello scienziato danese J.P. Müller: un manuale di ginnastica femminile di grande successo, pubblicato nel 1913 e più volte rieditato con nuove illustrazioni, da cui l’artista ha estrapolato ed elaborato alcuni elementi ricorrenti in tre edizioni successive.
Nei lavori più recenti di Elisa Abela, il legame tra parola e immagine, oltre ad essere affidato al nastro isolante e al tratto di pennarello, è amplificato dall’utilizzo di materiali trasparenti capaci di produrre  una realtà multilivello, che distorcendo la tipica fissità della scena foto-romanzesca, rendono la lettura ancora più fitta, intricata, e dunque affascinante.
I supporti in materiale plastico e acetato sono utilizzati anche in altre opere: box tridimensionali che con la loro struttura incasellano  -o ingabbiano?- vecchie fotografie, e buste sigillate che insieme ad altre foto anonime custodiscono -o rinchiudono?- lettere provenienti dal passato e forse mai aperte.
La scelta di utilizzare  basi trasparenti e di operare una manipolazione plastica dei documenti cartacei, consente di moltiplicare i piani di lettura del collage, offrendo la visione simultanea delle sue diverse parti e trasformando dunque anche lo spazio esterno in un ulteriore livello di narrazione.
Il lavoro che dà il titolo alla mostra, Un grosso affare, si presenta appunto come una “storia a strati” in cui in cui l’artista, partendo da un manifesto pubblicitario degli anni settanta stampato su un supporto semitrasparente, e attraverso successivi interventi con pittura a olio, ritagli di riviste e nastro isolante, riesce a tenere simultaneamente in gioco più scenari di figurazione e di racconto.
Che le opere si sviluppino sulle due dimensioni della carta, o che tentino di interloquire con lo spazio circostante, l’obiettivo di Elisa Abela è sempre lo stesso: mettere in scena delle storie tanto simbolicamente stratificate e ambigue quanto immediatamente coinvolgenti.



Info 

Elisa Abela
UN GROSSO AFFARE
Fotoromanzi usati

a cura di Paola Paleari

con un testo di Silvana Turzio

27 febbraio - 31 marzo 2012; dal lunedì al sabato 10:30-19:30
opening: lunedì 27 febbraio,  ore 19:00

s.t. foto libreria galleria 

via degli ombrellari, 25 Roma 00193  +39 0664760105

info@stsenzatitolo.it  www.stsenzatitolo.it

19

Gen

Roma. Evgen Bavcar Il buio è uno spazio.

Giovedì 18 gennaio 2012 alle ore 18, inaugura a Roma presso il Museo di Roma in Trastevere, la mostra “Il buio è uno spazio” di Evgen Bavcar che rimarrà aperta al pubblico dal 19 gennaio al 25 marzo 2012. 

La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico - Sovraintendenza ai Beni Culturali, è curata da Enrica Viganò. La produzione è organizzata da Admira in collaborazione con Galerie Esther Woerdehoff, Parigi. Supporto organizzativo e servizi museali Zètema Progetto Cultura.

Le immagini di Evgen Bavcar sono una vera e propria sfida al limite fisico della sua cecità. Ognuna di esse, nella sua poeticità, rimarca una volta di più quanto guardare e vedere siano due concetti estremamente diversi, e sottolinea la profonda sensibilità di questo incredibile fotografo che riesce a mostrarci aspetti del visibile a noi ignoti. Le opere prendono forma dai suoi ricordi e dalle suggestioni evocate dal mondo circostante, che Bavcar rielabora con grande profondità, creando “visioni dell’anima” oniriche ed emozionanti.

Evgen Bavcar è uno degli autori più apprezzati del mondo della fotografia ma è anche non vedente dall’età di dodici anni, quando due terribili incidenti hanno gettato nel buio la sua vita. Costretto a fuggire dall’oscurità esteriore trova rifugio nei luoghi più nascosti della propria anima, percorrendo territori inesplorati ed indefinibili e restituisce il frutto della sua ricerca attraverso una serie di immagini mentali che attinge da un “presepe di ricordi”. Dall’archivio della memoria estrae immagini che svelano un mondo interiore ricco e circondato di misteri. Le sue fotografie hanno il profumo della Slovenia ed esprimono il ricordo di spazi, luci e forme della sua infanzia. Molti gli chiedono come fa a fotografare. Risponde: “Mi dovete chiedere non come, ma perché fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Poi scelgo le mie foto facendomi consigliare da amici con lo sguardo libero da ossessioni personali”.

La mostra in esposizione a Roma presenta una selezione delle sue famose stampe in bianco e nero e - in anteprima assoluta per l’Italia - alcuni dei suoi scatti a colori.

Biografia 

Nasce nel 1946 in Slovenia. All’età di 12 anni, dopo due incidenti a distanza di un anno, perde completamente la vista. Studia a Parigi dove si laurea in filosofia. Ha condotto trasmissioni radiofoniche per France Culture. Nel 1988 è stato fotografo ufficiale del Mois de la Photographie a Parigi. Dall’inizio degli anni Novanta, è tra i fotografi più richiesti d’Europa e nel 1992 l’editore francese Seuil ha pubblicato un suo volume con fotografie e saggi. Evgen Bavcar ha esposto il suo lavoro in molte mostre personali e collettive. Tra le prime ricordiamo Evgen Bavcar, Palazzo Bagatti Valsecchi, Milano, 1995; Evgen Bavcar, Galerie Susanne Zander, Colonia, 1995; Evgen Bavcar – Fotografie, Villa Oppenheim, Berlino, 2003; Evgen Bavcar - Wagen meiner Kindheit, Villa Oppenheim, Berlino, 2004. Tra le seconde, Face cachée, Galerie Esther Woerdehoff, Parigi, 2005;XIV Encuentros Abiertos de Fotografía-Festival de la Luz 2006 Argentina, Fundación Luz Austral, Buenos Aires, 2006.

L’artista vive tra Parigi e la Slovenia.

Scheda Info

Evgen Bavcar Il buio è uno spazio

Vernice: mercoledì 18 gennaio alle ore 18

19 gennaio - 25 marzo 2012, chiuso il lunedì

Museo di Roma in Trastevere

Piazza  S.Egidio 1B

Orari: Martedì-domenica 10.00-20.00

Info

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

www.museodiromaintrastevere.it - www.060608.it

30

Nov

Nur (Luce) fotografie di Monika Bulaj @ Officine Fotografiche di Roma.

 

Venerdì 16 dicembre 2011, alle ore 18.00, inaugura, presso le Officine Fotografiche di Roma, Nur (Luce) fotografie di Monika Bulaj. A cura di Maurizio G. De Bonis e Valentina Trisolino per Punto di Svista, la mostra, organizzata da Officine Fotografiche, rimarrà aperta fino al 15 gennaio 2012. 

 Nur, ovvero ‘luce’: questo è il nome che la fotografa Monika Bulaj ha dato al suo progetto fotografico incentrato sull’Afghanistan. La sua è una prospettiva originale, mimetica nel senso più stretto del termine: Bulaj si è letteralmente calata nella realtà complessa e sfaccettata di un mondo di cui, nel cosiddetto Occidente, giungono solo echi di violenza, guerra e strenui tentativi di un fondamentalismo mai domo di restaurare un clima di terrore e oscurantismo a fronte di un difficile cammino verso la democrazia

L’esposizione, composta da trentasette immagini, di cui alcune di grande formato, pone la propria attenzione sulla realtà afgana, la quale pur conoscendo la sovraesposizione mediatica internazionale da ben dieci anni rimane, special modo per il mondo occidentale, un’enigma velato di paure e pregiudizi. L’obiettivo del suo progetto è stato quello di mostrare il mondo nascosto del popolo Sufi, le tribù nomadi e le minoranze che abbracciano quest’antichissima tradizione pre-islamica, disprezzata dai talebani wahhabita.

Monika Bulaj, con un taccuino e una fotocamera Leica, ha esplorato da sola questo Paese, ne ha respirato l’essenza, conosciuto la bellezza umana e del paesaggio. Si è inondata di luce, una luce che rende unico questo territorio e che lei stessa definisce “un giardino luminoso”. Lo scopo della Bulaj è quello di evitare gli stereotipi e di vivere dal di dentro la vita delle popolazioni che intende studiare e capire. La fotoreporter polacca è artefice di una fotografia documentaria non di consumo, né banalmente cronachistica, quanto piuttosto di intensa e appassionata analisi della condizione esistenziale di esseri umani di cui in occidente si ha spesso un’idea distorta.

Monika Bulaj (1966) è una fotografa, documentarista e reporter polacca. Da anni vive in Italia, a Trieste. Ha collaborato per diverse testate giornalistiche tra le quali Il Venerdì di Repubblica, National Geographic, EAST – European and Asian Strategies, La Repubblica, D – La Repubblica delle Donne, Io Donna – Corriere della Sera, Internazionale. Ha pubblicato diversi libri tra i quali “Libya felix”, Mondadori 2002; “Donne, storie e progetti”, Alinari 2004; “On the move”, SKIRA 2007; “Genti di Dio. Viaggio nell’Altra Europa”, con la prefazione di Moni Ovadia, Frassinelli 2008. Nel 2005 ha vinto il premio Grant in Visual Arts 2005 da parte di European Association for Jewish Culture e nel 2009 il Premio Chatwin “Occhio assoluto”.

Nur (Luce). Fotografie di Monika Bulaj

A cura di Maurizio G. De Bonis e Valentina Trisolino per Punto di Svista

Inaugurazione, venerdì 16 dicembre 2011 ore 18.00
A seguire l’incontro con l’autrice

La mostra prosegue dal 16 dicembre 2011 al 15 gennaio 2012

Dal lunedì al venerdì H 10.00/13.00 – 15.00/19.30

INFO
Punto di Svista: www.puntodisvista.net / info@puntodisvista.net

Officine Fotografiche via G. Libetta, 1 00154 Roma

www.officinefotografiche.org / info@officinefotografiche.org

25

Nov

Nostalgia. Le fotografie di Marco Soellner da Wo-ma’n, la prima Home - Gallery dedicata alla fotografia.

Sabato 26 Novembre 2011 alle ore 18.00, inaugura a Roma presso la Home Gallery Wo-Ma’n, la mostra dell fotografo Marco Soellner dal titolo Nostalghìa, curato da Auronda Scalera, che rimarrà aperto al pubblico dal 26 Novembre al 22 Dicembre 2011.

La mostra è promossa da Officine Fotografiche e fa parte della Fase 2 di OcchiRossi Festival dove “Le Mostre Invadono la Città” e i luoghi non convenzionali, quali bar, panetterie, edicole, trattorie, fruttivendoli e parrucchieri, diventano spazi espositivi, per portare la fotografia ovunque e renderla accessibile non soltanto a un pubblico specializzato.

Wo-ma’n è la prima home - gallery dedicata alla fotografia, un progetto nato a Roma nel 2010 dall’idea di Auronda Scalera e dalla passione dei fotografi Marta Rossato e Wolfango De Spirito, che hanno deciso di fondere il concetto di casa con quello di galleria. Dal living alla cucina, dalla doccia alle cabine armadio, tutti gli ambienti sono messi a disposizione per essere luoghi espositivi e, di volta in volta, ogni autore sarà chiamato a confrontarsi con questa nuova idea di esposizione. Ogni mostra diventa così un evento informale, simile ad una cena tra amici. L’auspicio è che questo nuovo modo di fruire l’arte e la fotografia si dilati velocemente per creare una rete di “case fotografiche” dove poter dare spazio a nuove idee e modi per godersi la fotografia.

La seconda mostra ospitata nella home-gallery è Nostalghia/Ностальгия, dove l’autore Marco Soellner si fa ispirare dal concetto di tempo ma soprattutto dal lavoro del cineasta russo Andrej Tarkovskij che vedeva nella fotografia la possibilità di fissare il tempo e documentare la sua prossimità alla memoria. Le foto di Marco Soellner lavorano sulla fusione di passato e presente, il valore nostalgico dell’immagine, l’estetica del ricordo e, il tempo vivido delle foto è una finestra che dilata l’occhio su spazi immaginari.


L’autore è un archeologo del tempo, che ci svela luoghi a noi vicini ma sconosciuti di Roma, giocando con atmosfere sospese come se non appartenessero a nessun tempo preciso ma soltanto alla sostanza dei ricordi. Nostalghia è ciò che rimane rispetto a ciò che scorre: cattura l’immobilità degli affetti soffusi e diffusi tra tende che filtrano il tempo e disintegra i corpi nella luce pulviscolare del sole. Il Tempo qui gioca, tra l’eterna tensione d’essere immobile e nello stesso tempo immerso nella mobilità della vita che lo trascina inesorabilmente in esilio.

Sabato 26 Novembre, alle ore 19, la serata inaugurale sarà arricchita dalla proiezione del video Nostalghia/Ностальгия, realizzato dall’autore per l’occasione.

22

Nov

Visita guidata gratuita alla mostra di Aleksandr Rodenko al Palazzo delle Esposizioni di Roma. A cura di Csf Adams

“L’Avanguardia russa del XX secolo rappresenta un fenomeno unico non solo nell’ambito della cultura russa, ma in quello della cultura universale. La straordinaria energia creativa prodotta dagli artisti di quella formidabile stagione rappresenta ancora fonte di nutrimento per la cultura artistica d’oggi. Aleksandr Rodenko (1891-1956) è stato senza dubbio uno dei principali generatori di questa stagione creativa e intellettuale, rispecchiandone perfettamente lo spirito e l’aura mitica. Pittura, design, teatro, cinema, grafica e fotografia, sono gli ambiti disciplinari in cui il portentoso talento di questa affascinante figura d’artista si è cimentato, aprendo nuovi percorsi creativi per lo sviluppo successivo di ciascuno di essi. I primi anni Venti, in Russia, rappresentarono un periodo di transizione, in cui sperimentazione artistica e sociale coincisero. Fu allora, esattamente nel 1924, che Rodenko concentrò la sua principale attenzione sulla fotografia, col risultato di produrre un vigoroso cambiamento nel concetto stesso di quel mezzo espressivo. Da mero strumento di registrazione della realtà, la fotografia divenne un mezzo per la rappresentazione dinamica di costruzioni intellettuali. Rodenko introdusse in fotografia i principi dell’ideologia costruttivista, sviluppando metodiche e strumenti per la sua applicazione. Il “Metodo Rodenko”, che comprendeva il ricorso a composizioni diagonali, sfocati progressivi, inversioni orientative, si trasformò col tempo in un repertorio di “figure retoriche” a disposizione di quegli artisti che, attraverso l’adesione al linguaggio costruttivista, credevano nella possibilità di una trasformazione migliorativa del mondo e della civiltà. Negli anni ‘30, soprattutto verso la fine del decennio, esasperato dalle critiche e dalla persecuzione del regime sovietico, Rodenko decise di ridiscutere le forme più radicali del suo pensiero creativo e si orientò ad un’adesione progressiva verso i principi estetici del Realismo Socialista, senza tuttavia mai rinunciare ad un’interpretazione originale e creativa degli stessi.
Grazie alla tenace salvaguardia degli archivi famigliari, l’immenso patrimonio d’immagini di Rod enko è confluito nel primo museo russo dedicato alla fotografia, la House of Photography of Moscow, che insieme ai famigliari e ai maggiori specialisti di questo settore ha promosso una lunga e meticolosa campagna di studi di cui questa mostra è il risultato. Curata da Olga Sviblova, direttore della House of
Photography of Moscow, la mostra presenterà circa 300 opere tra fotografie originali, fotomontaggi e stampe vintage.”

Info:

http://www.csfadams.it/

http://www.palazzoesposizioni.it/MediaCenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=544&explicit=SI

 Vi accompagniamo a vedere la mostra

Domenica 27 novembre ore 10.30

Appuntamento all’ingresso del Palazzo dell’esposizioni - Via Nazionale 194 Roma

Aperto a tutti, cogliete l’occasione di una visita guidata gratuita

(ma non dell’ingresso che è a pagamento)

04

Nov

Solutions by NOOR @ 10b Photography Gallery (Roma)

Il 4 novembre verrà inaugurata l’esclusiva mostra fotografica Solutions by NOOR presso il 10b Photography Gallery di Roma. La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 16 dicembre 2011.

Solutions by NOOR rientra nel progetto pluriennale dedicato al clima, pensato e realizzato dai fotoreporter di NOOR, agenzia fotografica e fondazione con sede ad Amsterdam e New York.

Solutions by NOOR fa seguito al progetto Consequences by NOOR e comprende più di 600 immagini scattate nei quattro angoli del pianeta. Dopo aver analizzato gli effetti dei cambiamenti climatici nel mondo, i fotografi di NOOR documentano le azioni intraprese in vari paesi per contenere l’aumento delle temperature e limitarne gli effetti.

I nove differenti progetti raccontano storie di uomini che, utilizzando risorse alternative ed energie rinnovabili, lottano quotidianamente contro l’aumento delle temperature globali.

In occasione dell’inaugurazione, Daniele Protti, direttore editoriale de L’Europeo, presenterà il numero del mensile (novembre 2011) interamente dedicato al progetto Solutions by NOOR.


Via San Lorenzo da Brindisi
00154 Rome - Italy
ph: +39 06 7030 6913
fax: +39 06 7011 853
e-mail: events@10bphotography.com
www.10bphotography.com